Sara Gama ci illustra la sua vita tutta controcorrente

Sebbene abbia sempre avuto un solo pensiero fisso – giocare a calcio – da piccola Sara Gama non sognava di fare la calciatrice, semplicemente perché quel mestiere non esisteva. Se oggi la situazione del calcio femminile in Italia è cambiata e si avvia a diventare un lavoro professionistico esattamente come lo è per i maschi, è in gran parte anche grazie a lei. Per questo Sara, capitana della Nazionale e della Juventus, è considerata da molti un simbolo e non solo per chi ama tirare calci a un pallone.

Lo è per tutte le donne che sperano, cercano e infine riescono a cambiare le cose in Italia, un Paese ancora lontano dalla parità di genere. Abbiamo parlato con Sara in occasione dell’arrivo in libreria dell’autobiografia La mia vita dietro un pallone – Dai Topolini di Trieste al Mondiale, storia di una campionessa di calcio, pubblicato da DeAgostini in un’edizione per ragazzi.

«Ho voluto indirizzarmi prima di tutto a loro, per dare un segnale molto chiaro di speranza a tutte le giovani che hanno un sogno o una passione forte. Con impegno, costanza, sacrificio e anche divertimento si possono superare ostacoli e pregiudizi alla ricerca della propria identità».

La fortuna della Gama è stata di avere un’infanzia felice e una famiglia che l’ha sostenuta nelle sue scelte. Capelli afro e pelle color caramello, Sara è nata a Trieste da mamma italiana, di origini istriane, e papà congolese. Da bambina, quando non era a scuola, passava tutto il tempo libero tirando calci a un pallone.

I Topolini di Barcola, gli stabilimenti a terrazze («Chiamati così perché hanno forma rotonda come le orecchie di Topolino», spiega) sul lungomare di Trieste, erano il suo campo da gioco preferito e ogni volta che la palla finiva in acqua lei e i suoi amici ne approfittavano per sfuidarsi anche in gare di tuffi. In questi giochi era l’unica femmina. «Eppure sapevo di non poter continuare a giocare con i ragazzi a lungo. Vedevo che nelle squadre vere, quelle dei grandi, non c’erano femmine. A 12 anni ho smesso di giocare con i maschi e ogni giorno mi facevo 40 minuti di macchina per andare e altrettanti a tornare pur di stare in una squadra femminile».

E questo è solo l’inizio di un lungo percorso che l’ha portata dov’è ora. Per riuscirci ha dovuto infischiarsene dei pregiudizi. «Non ricordo più quante volte mi hanno chiesto perché volevo giocare a calcio che sarebbe “roba da maschi”.

Ognuno crea la propria fortuna con l’atteggiamento: bisogna saper seguire l’istinto e quella voce che tutti abbiamo dentro, ma spesso ignoriamo». A 23 anni è arrivata al Brescia, ma nel frattempo ha fatto l’università, perché non aveva idea di poter vivere di solo calcio. «Mi sono laureta in Lingue a Udine, intanto continuavo ad allenarmi e a giocare. Ho trascorso una stagione anche a Los Angeles, nel Pali Blues». È stata proprio la curiosità, l’apertura verso il mondo a fare la differenza nella sua carriera. All’estero Sara ha scoperto che il calcio femminile poteva essere professionistico come quello dei maschi: avere pari diritti e tutele, cioè essere un vero lavoro.

Quando nel 2013 firma un contratto con il Paris Saint-Germain pensa di aver raggiunto la vetta, invece dopo solo poche partite è costretta a fermarsi: «Mi sono rotta il tendine d’Achille, in precedenza avevo già lesionato il legamento crociato e il menisco, erano tre anni che passavo più tempo in ospedale che in campo e caddi in un profondo sconforto», racconta. Tre mesi per ricominciare a camminare, altri tre per riprendere gli allenamenti.

«Ho fatto di tutto per trasformare quella pausa forzata in un momento costruttivo». In quel periodo arriva una nuova chiamata del Brescia e Sara compie la scelta più coraggiosa: rinunciare a Parigi, dove ormai l’allenatore l’ha messa da parte, e tornare in Italia. «Ho fatto un passo indietro per poi spiccare un balzo in avanti. A Parigi stare in panchina mi faceva soffrire.

A volte se ne vale la pena è bene mettere da parte l’orgoglio». Il resto è storia: in Italia verrà presto chiamata a giocare per la Juventus femminile che esordisce in serie A nel 2017/18. «E per la prima volta scopro anche nel nostro Paese una società che vuol fare le cose in grande per il calcio femminile ». Inoltre, proprio mentre la Nazionale maschile non riesce a qualificarsi per i mondiali del 2018, per la prima volta dopo vent’anni l’Italia femminile, della quale Sara è difensore e capitana, si qualifica per i Mondiali del 2019

. «Noi ragazze non avevamo mai ricevuto tanta attenzione: di colpo eravamo catapultate sotto i riflettori ». Durante quell’estate i tifosi si trovano a seguire le partite delle donne, proprio come avrebbero fatto per gli uomini. La loro avventura si conclude con una sconfitta contro l’Olanda, ma intanto Sara è diventata un simbolo. «Per caso», si schermisce lei, alla quale hanno dedicato anche una bambola, Barbie-Gama, esempio di emancipazione per tutte le bambine del mondo. «Sono contenta che la gente adesso ci conosca. Bisogna esistere per avere dignità e per migliorare ». Adesso nessuna ragazzina si sentirà più dire: la calciatrice? È un mestiere che non esiste.

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